Meta, un nuovo logo e un nuovo nome per Facebook Inc.



Immagine descrittiva per un post sul cambio logo Facebook
Immagine descrittiva per un post sul cambio logo Facebook

Facebook cambia nome e logo e crea un nuovo brand. C’è chi lo trova banale, chi lo trova scontato, ma in realtà c’è qualcosa che sfugge un po’ a tutti quelli che hanno poco a che fare con il mondo del branding B2B.

Meta è una multinazionale digitale. Il suo marchio, la sua immagine aziendale non deve vendere un prodotto, ma innanzitutto una filosofia. Quando le grosse “corporate” digitali come quelle che possiedono Google o Facebook, realizzano un’operazione di restyling del loro brand, non lo fanno perché vogliono raggiungere un nuovo pubblico. Lo fanno innanzitutto e soprattutto perché hanno bisogno di mostrare che qualcosa è cambiato nel loro assetto, nella visione del proprio business.

Interpretare questa visione non è un’operazione semplice per diversi fattori.

Innanzitutto bisogna considerare quanto è grande e strutturato il committente. Nel caso di Facebook parliamo di una realtà con decine di livelli decisionali. Ad ogni livello corrispondono settori correlati e una certa filosofia di azione, come nella migliore tradizione del growth hacking. Questo inevitabilmente si ripercuote su tutto il processo creativo e sul risultato finale. Un brand di questo tipo deve soprattutto accontentare chi lo sta commissionando. Immaginate quindi quante persone avranno possibilità e dovere professionale di esporre il proprio punto di vita.

Certo, alla fine ci sarà un gruppo di addetti marketing che avranno l’ultima parola, ma proprio perché si tratta di marketing, terranno in considerazione tutto quanto sia stato detto dagli altri.

Le considerazioni sul mercato di destinazione e sugli utilizzatori del prodotto, in questo caso, sono completamente messe da parte. Di fatto Meta non stai vendendo nulla se non azioni agli investitori. E a questa gente non interessa il colore, il font o la forma che ha il simbolo se non in funzione del loro obiettivo. A loro interessa sapere quanto è affidabile la compagnia in cui stanno investendo, quali piani ha per il futuro, in che modo risponde alla loro aspettative di investimento. Alla fine: “sossoldi” (cit.)

Chi non ha mai realizzato un progetto del genere, soprattutto chi è alle prime armi, non ha idea della pressione a cui è sottoposto chi deve occuparsi di produrre un brand per una multinazionale. Immaginate, poi, quale peso viene generato quando la multinazionale in oggetto è tra le più grandi e influenti al mondo.

Quando non si conoscono i retroscena o quando non si ha autorità e autorevolezza per esprimere un’opinione, bisognerebbe astenersi. La maggior parte di noi, invece, non possiede questa essenziale sensibilità.

Ci piace il nuovo logo di Meta?

Non deve piacere a noi. Deve funzionare e rispettare la sua commessa, che sicuramente ignoriamo. E, infine, se è vero che la libertà di espressione ci restituisce la possibilità di poter dire quello che vogliamo, il buonsenso dovrebbe suggerirci di fare prima una profonda e strutturata autoanalisi.

Se fino a ieri abbiamo prodotto il menu per la paninoteca sotto casa, come pensiamo di poter mai esprimere un parere autorevole su questa storia? Su un marchio costato probabilmente centinaia di migliaia di dollari e centinaia di ore di lavoro tra riunioni, modifiche, feedback, discussioni. Per approdare alla fine a qualcosa che nemmeno rappresenta l’idea iniziale di chi lo ha immaginato, ma che rappresenta comunque una gigantesca realtà aziendale secondo i dettami di chi la dirige.

Ecco, se non hai sperimentato questa frizzante attività, magari lasciamo perdere.

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